Tassazione Criptovalute: Come Funziona in Italia

La pianificazione fiscale è importante nella gestione degli investimenti, sebbene quando si parli di tassazione criptovalute in Italia emergono alcune criticità dovute alla mancanza di una normativa ad hoc. Come sono inquadrate fiscalmente le monete digitali? Sono strumenti finanziari o valute estere? Non esiste una legge vera e propria sulle criptovalute, ma sono state estrapolate delle pronunce che si sono susseguite nel tempo.

I punti di riferimento principali sono gli interpelli che si ricollegano ad altre risoluzioni dell’Agenzia delle Entrate, che a loro volta si rifanno a sentenze della Corte di Giustizia. Tutte si riepilogano per finire nella sentenza 1077/2020 del Lazio. Una serie di pronunce da parte delle Corti di Giustizia, e nel contempo l’attività amministrativa dell’Agenzia delle Entrate hanno chiarito che le criptovalute hanno una doppia valenza. Possono essere usate come strumento di pagamento e sono equiparate a un servizio a fini speculativi o a valuta estera.

È sempre necessario un monitoraggio delle operazioni finanziarie e si richiede di pagare la plusvalenza quando si verificano determinate condizioni.

Tassazione Criptovalute: Inquadramento Giuridico Fiscale

Il linguaggio che il fisco utilizza per dare un inquadramento legislativo alla tassazione criptovalute le assimila alla valuta estera. Se l’investitore compie un prelievo dal wallet viene considerato come una cessione a pronti, e solo se è presente una determinata giacenza si devono pagare le tasse sull’investimento in monete digitali.

Nel caso di trading crypto/crypto è richiesto solo il monitoraggio per eventuali chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate, ma non si deve calcolare nessuna plusvalenza (anche se questo aspetto è molto discusso, ed affermati commercialisti affermano che anche lo scambio crypto/crypto se è soggetto a plusvalore genera un imponibile).

Gli interpelli della Lombardia del 2018 e della Liguria, sfociati nella sentenza del Tar, prendendo spunto dalla Direttiva IVA 112 del 2006 e dalla causa 564 della Corte di Giustizia delineano l’inquadramento giuridico fiscale delle criptovalute.

Vi sono 4 punti chiari:

  • È obbligatorio il monitoraggio
  • Non si paga l’IVAFE
  • Si paga il 26% sulle plusvalenze per determinate condizioni di giacenza
  • Disponibilità di documentazione per attestare la reale provenienza degli attivi

Se non si riesce a dimostrare da dove si è cominciato ad investire si potrebbe per assurdo incappare in controlli antiriciclaggio e finanziamento illecito.

La soglia di giacenza che determina la tassazione criptovalute è pari a 51.645,69 Euro, pari ai vecchi 100 milioni di Lire. Sul sito normattiva.it con una ricerca avanzata si può trovare la legge attualmente in vigore, la 917/86 del T.U. nella fattispecie l’art.67.

La giacenza viene calcolata con il tasso di cambio al 1° gennaio precedente alla Dichiarazione dei Redditi, e deve essere di 7 giorni continuativi e consecutivi nel corso dell’anno. Si intende un valore totale che può essere distribuito anche in diversi wallet.

Se vi sono i presupposti per evitare la tassazione criptovalute, l’investitore potrebbe donare una parte di attivi ad un membro della famiglia e mantenersi sotto la soglia di giacenza tassabile. Infatti solo la cessione a titolo oneroso fa plusvalenza, mentre la donazione tracciabile è permessa legalmente, ma ciò vale solo se si è ancora sotto soglia e se gli importi non sono rilevanti, altrimenti la donazione necessita di un atto dal notaio.

Tassazione Criptovalute
Tassazione Criptovalute: Come Funziona in Italia

Casi Particolari di Applicazione

L’investitore deve prestare molta attenzione alla conservazione dei documenti legati alle sue operazioni finanziarie. Se ad esempio ha 3 Bitcoin nel wallet, la giacenza è già stata superata e dovrà compilare il quadro RW. Se ha anche una carta collegata al portafoglio e fa un prelievo ad esempio di 100 Euro, il sistema la considera conversione in valuta FIAT sulla quale pagare il 26% di tasse.

Si deve dichiarare quindi il valore iniziale dell’investimento in Euro e il controvalore al 31/12, sempre in Euro. Se c’è una discrasia anomala tra i due valori, il fisco potrebbe anche inviare una lettera di compliance. Anche se le monete digitali non sono controllate dalle Banche Centrali, le quotazioni degli attivi sono pubbliche e facilmente reperibili. Dopo una lettera di verifica è bene rispondere all’Agenzia delle Entrate tramite avvocato per dare inizio legalmente ad una dichiarazione a valore confessorio e difendere il proprio investimento.

Alcuni investitori non hanno ben chiaro se il 26% vada pagato sull’eccedenza (rispetto ai 51.645,69 Euro di soglia) o sull’intero ammontare del portafoglio. La tassazione si applica sul guadagno, utilizzando il sistema LIFO (Last In First Out) che risulta abbastanza complesso.

In realtà sarebbe più semplice fare: totale corrispettivo meno totale versato se si fa cash out di tutto il wallet. Ad esempio si ipotizzi un valore finale di 20.000 Euro meno 10.000 Euro; nel quadro RW si dovrebbero inserire i 20.000 Euro come costo, i 10.000 Euro come plusvalenza e il valore dell’imposta sostitutiva al 26%. Se l’investitore esegue dei piccoli prelievi dal portafoglio dovrebbe inoltre sommare tutte le movimentazioni e sottometterle alla tassazione del 26%, purché si sia superata la condizione di giacenza.

Nel caso in cui si siano depositate su una piattaforma di lending delle criptovalute come collaterale, guadagnando da un lato un tasso sul deposito vincolato e dall’altro lato potendo chiedere un prestito in Euro, come si comporterà il fisco? Come si dichiarerà la plusvalenza ottenuta dalla rendita del deposito? Se saranno spesi degli Euro dati come linea di credito che tipo di imposta si dovrà pagare? La rendita in criptovalute concorre a formare la giacenza del wallet; a livello giuridico il deposito vincolato in monete digitali viene considerato come pegno e quindi tassabile se si supera la soglia di giacenza.

ISEE e Chiavi Private

La tassazione criptovalute come funziona in Italia rispetto all’ISEE? Il wallet in monete digitali concorre alla formazione dell’ISEE, dato che se si devono dichiarare i saldi dei conti correnti, le automobili e tutti i veicoli posseduti, e le polizze vita, si dovrà inserire in Dichiarazione anche il corrispettivo in Euro delle criptovalute detenute.

In ogni caso, nel quadro RW è sempre necessario informare il fisco, come valore di trasparenza e monitoraggio, senza dovere pagare tasse sotto la soglia dei 51.645,69 Euro. L’Agenzia delle Entrate è interessata ad osservare le potenzialità dell’investimento, anche se non ha ancora prodotto redditi imponibili.

Siccome nel quadro RW si dichiarano i redditi esteri, quindi anche le criptovalute nelle Chiavi Private sono soggette a monitoraggio. Se l’investitore ha trasferito Euro su Kraken ad esempio, comprando Bitcoin e conservandoli dietro chiavi private, è facilmente riscontrabile il giro estero dell’operazione.

La sanzione per la mancata informazione al fisco va dal 3% al 6% del valore non monitorato. Si immagini uno scenario nel quale l’investitore detenga criptovalute in un periodo di picco al rialzo e non le abbia dichiarate. Successivamente potrebbe succedere un crash sulla quotazione e si troverebbe a dovere pagare migliaia di euro per il mancato monitoraggio, a fronte di un investimento dimezzato dal calo dei mercati.

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